
A Catania c’è una collina che si estende dal centro alle periferie. È attraversata dal fiume Acquicella il cui corso crea veri e propri villaggi sulle sponde del torrente. Un’area naturale che merita di essere salvaguardata. A frapporsi alla tutela del paesaggio ci sono proprietà private ed enti pubblici. È ostaggio di istituti, fondazioni, aziende immobiliari, discariche di rifiuti e immobili abusivi. Una porzione di essa se la spartiscono i Santapaola e i Cappello: ci sono i terreni degli eredi della famiglia Ferlito, di Conti Pasquarello e di Papotto. È un segmento di città fatta di appropriazioni di parte di appezzamenti di istituti privati: come quello del Valdisavoia che a seguito della nostra segnalazione ha proceduto a denuncia. E il perimetro di una delle aree verdi più grande di Catania trasformato in zona dove proliferano anche distributori di carburanti.
Ci sono zolle di terra sequestrate per reato ambientale i cui immobili sono stati oggetto di una precedente procedura di sequestro per altre ragioni. Come quelli dell’ex falegnameria della famiglia Chiglien. La collina è stata inoltre al centro delle cronache per la realizzazione di un parco pubblico che comprenda anche i beni archeologici di età medievale presenti sul monte.

Ci sono nomi e facce di chi viola le regole di un paese civile, gli ammanicati bene, che si nascondono dietro il nome stampato su una visura. Trovare una foto del volto infatti risulta particolarmente difficile. Perché le immagini di chi si cela dietro documenti commerciali e fiscali non sono sempre reperibili in modo agevole.
A bagnare case, terreni e imprese è il fiume Acquicella. Attraversa il parco di Monte po, i terreni della mafia, gli immobili. E lo fa in sordina, quasi si vergognasse a passare da quella distesa di verde abbandonata da tutti. Non si vede, a tratti si sente. Si è persino fatto tombare in tre punti. E non vederlo è un peccato perché il villaggio sulle sue sponde si arricchirebbe di bellezza. E anche i quartieri di San Giorgio con via Fossa Creta, Fossa dei leoni e Villaggio Sant’Agata rivivrebbero di nuova linfa con un corso d’acqua visibile.
È un altro polmone verde della città tolto alla collettività ma che la stessa si vuole riprendere con la medesima forza con la quale gli è stato tolto. Un po’ come la Timpa di Leucatia, un altro spazio verde di cui i cittadini sono stati privati a vantaggio dei potenti di Catania. E in effetti di motivi per riprenderselo (o per riprenderseli, se consideriamo anche la Timpa) ce ne sarebbero. E pure parecchi. Non solo la posizione centrale della collina di Monte Po, che attraversa il Comune di Misterbianco e quello di Catania insieme ai quartieri di San Giorgio, Villaggio Sant’Agata e San Leone, in cui presto dovrà sorgere un parco pubblico. Ma anche gli aspetti naturalistici e archeologici che meritano di essere preservati.

Dal fiume Acquicella e la sua foce fino a tutti gli elementi architettonici del periodo medievale e bizantino finora salvaguardati ben poco. Addirittura alcuni persino distrutti in spregio alle prescrizioni della Soprintendenza e delle normative poste a tutela dei beni archeologici. Tratti di fiume tombati, corsi d’acqua spostati. Il tutto per favorire ulteriori opere edilizie con altre colate di cemento.
I proprietari dei terreni

In passato tutto il monte era adibito a spazio urbano, ma la collina è stata lassciata alla mercé dei privati ed esposta ad atti di speculazione edilizia. Ci sono vere e proprie città fantasma che emergono dai resti di antiche residenze nobiliari. Ma ci sono anche i terreni di famiglie blasonate come quelli della stirpe dei Francica Nava, da cui prende il nome il palazzo di piazza Asmundo, di loro proprietà.


C’è quella di De Mauro Paternò Castello, famiglia molto potente e influente in Sicilia orientale e in modo particolare a Catania. Gianmichele De Mauro Paternò Castello è segretario della direzione distrettuale del Rotary Club di Catania che ha sede a palazzo Biscari. Proprio Palazzo Biscari è tra le dimore storiche deI casato di Paternò che rientra tra le più importanti famiglie principesche siciliane dell’aristocrazia italiana.

A Misterbianco invece c’è il terreno della famiglia Santagati, dei Paternò Castello e quello della famiglia Scuderi, il cui ceppo risale al 1600. Sul terreno di Gemma Borzini insiste invece un sito archeologico. A Catania ha diverse proprietà suddivise tra botteghe e palazzi storici.

Ci sono le grosse famiglie imprenditoriali di Catania, come i Borella i cui terreni sono sparsi tra la Timpa di Leucatia, la collina di Monte po e la zona industriale. Almeno fino al 2020 di fronte al Garibaldi c’era un vecchio borgo di case antiche con parte dell’acquedotto che partiva da Santa Maria di Licodia. Il susseguirsi di interventi privati ha fatto sparire un bene archeologico che per gli addetti ai lavori non poteva essere rimosso. Chi ha messo mano alla collina di Monte po, chi ci è stato per professione, chi ha avuto a che fare con le diverse proprietà rimane tra il rassegnato e il tramortito. In quella città fatta di abbandoni, discariche a cielo aperto, soprusi e vergogna, «molto strana e pericolosa», dove ci sono interessi privati che invadono e sopraffanno la sfera pubblica.
Discariche abusive, da Ponzio Pilato a Barabba: le bonifiche non effettuate
Il rischio che dietro le case popolari a Nord del monte interrino quantità di rifiuti
San Giorgio e via Palermo sono piene di masse di spazzatura. Il dirigente del servizio Ecologia sulla rimozione delle discariche a cielo aperto: «Se devo costruire una casa e nel terreno ci trovo un ordigno bellico, è chiaro che i soldi per rimuoverlo devo spenderli io», come qualunque intervento straordinario ma «non è uno spreco di soldi pubblici». Assessore e neovicesindaco di Catania Pesce: «Via Calliope è inserita nell’elenco delle bonifiche da effettuare, penso che anche le altre lo siano perché magari sono individuate differentemente. Io domani sarò fuori città, se è urgente senta Fiscella»…
Giri di parole e tentennamenti per il dirigente del servizio Ecologia del Comune di Catania Salvatore Fiscella interpellato dal nostro giornale sul tema delle bonifiche in città. Tutte effettuate con soldi extra ordinem. Del resto a fare lo scaricabarile era stato dapprima l’assessore all’ecologia Pesce, appena nominato vicesindaco del Comune. «Via Calliope è inserita nell’elenco delle bonifiche da effettuare, penso che anche le altre lo siano perché magari sono individuate differentemente – dice Pesce su Whatsapp il 17 novembre – Io domani sarò fuori città se è urgente senta Fiscella». E così all’assessore è toccato il ruolo di Ponzio Pilato e a Fiscella quello di Barabba. Tutto perché il capitolato d’appalto non prevede la bonifica delle discariche abusive.

Ciò che invece è stato previsto all’interno del capitolato, con una variante successiva, è la rimozione delle microdiscariche. Per l’ente comunale e gli uffici di palazzo degli Elefanti le microdiscariche sarebbero omologabili ai cumuli di rifiuti. La rimozione dei quali non prevede alcun costo straordinario. Al contrario, invece, per le macrodiscariche: non essendo la bonifica delle stesse contemplata nell’appalto, la rimozione comporterà ulteriori costi che sarà necessario richiedere alla Regione.
Ed è proprio questo il meccanismo che spiega Fiscella: «Perché se per i cumuli, il costo dello sgombero viene coperto dai cittadini con i soldi derivanti dal gettito Tari, quella delle macrodiscariche invece no». Ad ogni modo, si tratta pur sempre di uno spreco di soldi pubblici. Lo sgombero, peraltro, comporta anche un onere economico extra in favore delle ditte dei rifiuti. «Vero è che in questi l’intervento delle ditte resta straordinario e viene pagato come tale – replica Fiscella -, ma non è uno spreco di soldi pubblici, perché se devo costruire una casa con tre bagni, i soldi li devo spendere io. Se però devo rimuovere un ordigno bellico, è chiaro che mi troverò a spendere una somma extra».

Alcune delle bonifiche effettuate
Viale Moncada
Stradale San Teodoro 4
Via Fondo Romeo
Via Calliope
Terza strada zona industriale
Ponte porche
Cavalcavia di San Giorgio
Contrada Codavolpe
Via Ungaretti
Via Luciano Pavarotti
Le discariche però non sono ordigni bellici e al contrario sono facilmente individuabili. «E come si individuano? Non è facile», dice il dirigente. In realtà però il problema è a monte e consiste nella mancata previsione e conseguente differenziazione tra cumuli di riifuti e discariche abusive. Pare proprio infatti che si vada ad occhio sulla base del materiale presente e delle dimensioni della massa di rifiuti. o ancora tramite decreti che ingiungano l’amministrazione alla bonifica.
Il capitolato d’appalto originario non prevedeva nemmeno la rimozione delle microdiscariche. Clausola che è stata integrata con la variante attuata con la delibera del 3 ottobre 2023 che ha definito l’ambito di applicazione della nozione “cumuli di immondizia” identificandoli in quelli che non superano i sette metri cubi di proporzioni. È chiaro che il Comune, ogni volta che deve effettuare un intervento non vada a misurare le dimensioni dell’ammasso. E così l’amministrazione comunale si ritrova a dover programmare periodicamente interventi straordinari di bonifica delle discariche sparse per la città con un esoso dispendio di risorse economiche pubbliche. Perché, insiste Fiscella, «la bonifica delle discariche abusive non si può inserire nel capitolato d’appalto».
San Giorgio, il villaggio “privato” a ridosso del fiume Acquicella
Dietro la collina di Monte po, nel quartiere San Giorgio, c’è un fitto labirinto di viottoli in cui si ammassano case con muretti a secco, pietra lavica e finto granito. Tra le case si nascondono pezzi di giardino con palme e parcheggi diventati privati. Probabilmente ricavati dai terreni del colle. Ed è proprio lì, tra le vie dei complessi di case che formano gli isolati a ridosso dell’area verde, che scorre l’Acquicella. Il confine tra le case e la collina è tracciato da distese di sterpaglie e delimitato da cancelli e muretti di cemento.
Una sorta di villaggio privato sulle sponde del fiume in cui peraltro si accatastano montagne di rifiuti. Il paesaggio a tinte fosche e l’ambiente degradato a tratti ricordano i villaggi giapponesi. Solo che di candido e puro come sono certi villaggi sembra esserci poco. Come testimoniano alcuni elementi che tolgono immediatamente il dubbio e che fanno sentire l’odore di mafia. E così si trova l’ospitalità dei piccoli villaggi di paese, ma anche la ritualità di certi comportamenti che sanno proprio di Catania. Come uomini in sella ai motorini che sfrecciano tra case diroccate e abbondanate e montagne di detriti.
I terreni a Misterbianco

Se in territorio catanese la mafia pare non possedere terreni, a Misterbianco invece cosa nostra ha diversi possedimenti. Come le proprietà dei discendenti del boss Alfio Ferlito il cui omicidio fu programmato dai Santapaola. C’è il terreno di Giuseppe Conti Pasquarello facente parte della famiglia Santapaola. Arrestato nel 2017 durante l’operazione Chaos, per la fornitura esclusiva di cemento di scadente qualità per i lavori di posa della fibra ottica a Catania. Ci sono poi i terreni dei concessionari di distributori di carburanti, come quelli della famiglia del cavaliere del lavoro Sebastiano Pappalardo, quelli di alcune famiglie della Catania bene appartenenti a club esclusivi come il Lyons. È il caso di Ottavio Consoli Barone; quest’ultima famiglia li divide con gli Spadaro e i Chiara. Ci sono beni immobili e archeologici lasciati al degrado come quelli a cui si accede da contrada Nunziatella. E ci sono antiche famiglie il cui nome è molto noto a Misterbianco.
Da San Giorgio a Misterbianco: l’ex falegnameria e i terreni sequestrati a Chiglien
La chiesa Santa Maria della Nunziata e le particelle di proprietà di Gemma Borzini

Il bene archeologico abbandonato e lasciato al degrado nel terreno di Gemma Borzini
Gemma Borzini possiede circa 15 ettari di terreno su cui insiste il convento del Gerosolimitano e la chiesa della Nunciata o Nunziatella. Il bene archeologico, l’interno di quella che appare come la sagrestia della chiesa sembra essere diventata la guardiania di chi cura quella vasta distesa di terra. Tutto intorno ci sono rifiuti e scarti di materiale edile. Ai terreni si accede da contrada Nunziatella, la stessa strada da cui si accede ai terreni di Stefano Chiglien.
La chiesa della Nunciata e il convento del Gerosolimitano

L’edificio sarebbe parte di un borgo bizantino alle falde della collina di Monte Po’ che dimostra come su un preesistente insediamento di età tardoantica si sia impostato in età medievale un complesso architettonico, a cui apparterebbe la poderosa struttura absidale con paramento in conci di pietra lavica e abside che con i muri ad essa collegati configura la planimetria di una basilica mononave a croce latina di età medievale, facente parte di un complesso conventuale. Di cui è parte integrante anche il convento del Gerosolimitano. Si tratterebbe della chiesa della Nunziatella che prende il nome dall’omonima contrada da cui si accede al sito archeologico e alla proprietà di Gemma Borzini.



In epoca successiva la Chiesa di San Giovanni Gerosolimitano prende il nome di chiesa di Santa Maria della Nunciata. In quella stessa contrada di Mezzocampo, nel XVII secolo venne ritrovata una stele che, secondo alcuni storici, segnava i confini tra Catania e l’antica città di Etna-Inessa all’Ager Publicus romano e la cui pietra di confine, il cosiddetto Cippo Consularis, si trova oggi nel cortile del Castello Ursino di Catania. Il sito della Chiesa della Nunziatella in contrada Mezzocampo, oggi appartenente al territorio di Misterbianco, è stata sempre associata al Monte Cardillo, venendo collocata alle sue falde.


Dopo la tremenda eruzione che seppellì monasteri, chiese, contrade e casali si insediarono quella parte sfollati a causa dell’eruzione del 1669 che poi fondarono successivamente Misterbianco.
I terreni di Chiglien, la falegnameria e le discariche abusive in contrada Nunziatella
Il terreno è stato sequestrato per reato ambientale su segnalazione del nostro giornale

Sul lato Ovest della Collina sorge un immenso edificio ormai lasciato al degrado. Al suo interno si trova una quantità innumerevole di rifiuti. Una discarica abusiva coperta da quello che rimane degli edifici di contrada Nunziatella a cui si accede anche da via Giuseppe Pitrè. È l’ex falegnameria della famiglia Chiglien abbandonata da anni e che adesso sembra adibita a servitù di passaggio per cavalli e per chiunque voglia accedere a quella parte di collina che si spinge fino a Misterbianco.

Il capostipite della famiglia era Stefano Chiglien, adesso deceduto. È rimasto il figlio, suo omonimo, e i nipoti che insieme al padre conducono l’attività di somministrazione alimentare di via Menza a Catania. Oltre al valore storico di una fabbrica che sarebbe stato meritevole di essere preservato c’è un problema di igiene e salute pubblica derivante dall’abnorme quantità di rifiuti che insiste su quel terreno.

Circostanza segnalata da questo giornale al comando della polizia locale di Misterbianco che ha avviato il procedimento ai fini del sequestro preventivo del terreno per reato ambientale. «La polizia locale ha raggiunto il sito e ha riscontrato la presenza di due imobili fatsicenti in evidente stato di abbadono all’interno dei quali si trovavano diversi metri cubi di rifiuti abbandonati fra cui scarti metallici, rifiuti misti derivanti dall’attività di costruzione e demolizione, rifiuti vetrificati e urbani. Il tutto in violazione agli artt. 192 e 256 del testo unico sull’ambiente – è il riscontro pervenuto dal comando della polziia locale – pertanto gli immobili sono stati sottoposti a sequestro penale per poi avviare le opere di bonifica».
Da Misterbianco a San Giorgio, i terreni di Giovanni Ferlito e Conti Pasquarello
La proprietà del cavaliere del lavoro Sebastiano Pappalardo e Sepa carburanti
Ci sono due terreni di proprietà di mafiosi e di discendenti di mafiosi. Confinano per una piccola parte. Si tratta di due famiglie di Cosa nostra: quella dei Mazzei e l’altra dei Ferlito, gli eredi di Alfio, storico boss del clan Pillera che si contrapponeva ai Santapaola. Per questo è stato ammazzato. Ma c’è anche il terreno di un componente della famiglia Santapaola.

Il terreno di Caruso e Conti Pasquarello al confine con il quartiere San Giorgio e con la proprietà di Ferlito
Ordini ed “esecuzioni” per «tagliare i cavi della fibra a S. Giovanni Galermo», la confisca di Conti Calcestruzzi

Tra gli esponenti della famiglia Santapaola, ad avere un terreno nella collina di Monte Po’ c’è anche Giuseppe Conti Pasquarello. L’appezzamento si trova a Misterbianco al confine con il territorio di Catania, proprio vicino a quello di Ferlito. Conti Pasquarello è stato arrestato nel 2017 durante l’operazione Chaos, per la fornitura esclusiva di cemento di scadente qualità per i lavori di posa della fibra ottica a Catania a condizioni non convenienti rispetto a quelle praticate sul libero mercato.

Avrebbe fatto questo Conti calcestruzzi srls di Misterbianco, l’impresa del cemento il cui titolare di fatto era proprio Pasquarello, sodale del clan Santapaola-Ercolano. Azienda, questa, sequestrata e successivamente confiscata nell’ambito dell’operazione Chaos condotta dai carabinieri di Catania nel 2017. Il bene fa parte di un compendio aziendale che ammonta a cinque milioni di euro, pari al valore complessivo della confisca. Un anno dopo arriva anche l’ordinanza di custodia cautelare in carcere, oltre che per Conti, anche per Antonio Tomaselli, Rocco Biancoviso, Angelo Di Benedetto e Alessandro Caruso.
L’operazione secondo la procura avrebbe consentito al titolare occulto Tomaselli – riconosciuto con sentenza passata in giudicato esponente del clan Santapola dal 2002 al 2004 -, al quale era riconducibile anche la società in accomandita semplice Etnea Autoservizi di Catania, di diventare fornitore esclusivo del cemento occorrente per l’esecuzione dell’opera. A indirizzare gli imprenditori verso la società per l’acquisto del materiale sarebbe stato Biancoviso, altro esponente del clan Santapaola. Passano sei anni e arrivano le condanne ma il nome di Conti Pasquarello non compare.
Nell’ordinanza si parla anche di danneggiamento aggravato dalla finalità mafiosa perpetrato da Luca Marino, Francesco Motta detto “Il Piccolo” e Arturo Mirenda come esecutori materiali e da Cristian Paternò come intermediario il quale si era assunto l’incarico di contattare l’imprenditore in vista dell’estorsione. «Dovete tagliare i fili della fibra ottica che escono dalla strada salendo dalla Madonnina, verso Balatelle, a sinistra si vedono», spiegava Marino a Mirenda. Dopo l’esecuzione, Marino rassicurava l’altro componente del clan Salvatore Bonanno: «Guarda dove erano tutti i fili, ‘mbare!? Tutti che uscivano, erano messi qua che uscivano! Qua, ‘mbare, ce n’erano qualche dieci che uscivano un metro da terra. Gli ho detto: ‘tagliateli, gli ho detto, tagliate … ».
Nei terreni di Belpasso, Ramacca, Centuripe e Paternò
L’appalto affidato a Cherry Picking per il parco fotovoltaico Aliai
Nel frattempo Pogliese presenta emendamento sui pannelli solari
Nella collina di Monte po c’è un terreno che appartiene a un dipendente del Comune di Nicolosi. Parallelamente a Paternò detiene la proprietà di un altro terreno che si trova nella strada statale 119. Particella che, insieme ad altre in territorio di Ramacca, Castel di Iudica e Centuripe, è oggetto di esproprio da parte della Regione siciliana per la creazione del parco fotovoltaico Aliai.

L’appalto affidato a Cherry Picking, società del gruppo Ics guidata da Mario Volpe e Riccardo Cammalleri. All’interno della ditta ci sono altre due società come Sonnedix Sant’Ombono e Fly Carpet. Con Sonnedix, Volpe e Cammalleri gestiscono gran parte degli impianti fotovoltaici del Lazio e della Sicilia. Soprattutto dopo la compravendita avente ad oggetto il 100 per cento di un portafoglio fotovoltaico da 225 megawatt che Capital dynamics ha ceduto a Sonnedix. Si tratta di uno dei portafogli più significativi mai venduti in Italia. Mentre il parco è in divenire l’ex sindaco di Catania e attuale senatore Salvatore Pogliese presenta un emendamento che prevede incentivi della misura Transizione 5.0 esclusivamente verso i pannelli fotovoltaici europei di altissima efficienza.
Gli eredi di Sebastiano Pappalardo: il fallimento di Sp energia siciliana e il passaggio a Sepa carburanti
La dichiarazione di fallimento, i distributori e i ruoli di Antonino Signorello, Orazio Romeo e Orazio Leotta

Il cavaliere del lavoro ormai deceduto Sebastiano Pappalardo era il patron di Sp Energia siciliana. La famiglia detiene ancora la proprietà di un terreno nel tratto di collina che invade il territorio di Misterbianco al confine con San Giorgio. Nel 2021, dopo 50 anni di attività, viene dichiarato il fallimento di Sp e quindi, anche della società proprietaria, ovvero Servizi integrati srl, il cui amministratore unico era Francesco Rugeri.

La sentenza di fallimento scaturisce dalla richiesta avanzata dalla società Bit Invest per i mancati pagamenti dei canoni di locazione dell’area del rifornimento all’inizio di corso Indipendenza, a Catania. Adesso chiuso e delimitato da cordoni di sicurezza. Nel 2009 Pappalardo, un anno prima di morire, aveva passato il testimone dell’azienda e dello storico quartier generale di Piano Tavola al nipote Orazio Romeo.

Il patrimonio di Sp, adesso ribattezzata Sepa e amministrata dalla figlia Concetta, è sparso in dieci regioni. In realtà, però, l’impero di Pappalardo è diviso tra diverse società e a disporne, almeno fino al 2006, è Antonino Signorello. Amministratore unico di Servizi integrati srl, di cui erano proprietari a metà Signorello e Rugeri che parallelamente e attraverso questa’ultima società detenevano il 100 per cento di Sape srl prima che la stessa si trasformasse in Sepa con trasferimenti e cessioni d’azienda da una società all’altra. Di questa è stato proprietario Orazio Romeo, almeno fino al 2021, quando dal tribunale di Catania gli è stata pignorata la quota di partecipazione pari a 900mila euro in qualità di debitore per il fallimento di Sp energia siciliana. Signorello, invece, aveva anche il 25 per cento di Petrol Tecnica srl di cui Romeo deteneva il 50 per cento, il 19 per cento di Centro servizi petroliferi Italy srl.
La famiglia Ferlito tra mafia, classe dirigente e affari con le ‘ndrine calabresi
Tutti gli eredi del boss morto ammazzato per mano di Benedetto Santapaola

Tra i discendenti del boss ci sono mafiosi già in carcere, medici, insegnanti, membri della classe dirigente, sommelier emigrati all’estero ed ex politici che hanno occupato poltrone nei consigli comunali dei paesi pedemontani. Capostipite della famiglia è il boss mafioso Alfio Ferlito, morto ammazzato per mano dei Santapaola, vertice catanese della mafia storica dopo l’eliminazione rituale di Giuseppe “cannarozzo d’argento” Calderone, rappresentante provinciale di Cosa Nostra a Catania.
Tra i cugini di Ferlito ci sono Alfio Maria e Orazio Pippo. Entrambi con incarichi nella pubblica amministrazione. C’è chi, come Orazio, riconoscendo la parentela ha pensato bene di dimettersi dalle cariche. E c’è chi, al contrario, continua a ricoprire cariche pubbliche. Almeno fino al 2023.
Ferlito Alfio Maria, avvocato di professione, è stato addetto al controllo di legalità delle determinazioni del presidente della provincia all’epoca in cui a ricoprire quel ruolo era Nello Musumeci. Cugino di Alfio Ferlito, boss suo omonimo ucciso a Palermo nell’82, il suo nome compare in diverse procedure di nomina per la copertura di incarichi pubblici. Tra i quali c’è quello di supporto alla direzione e agli organi dell’ente al Teatro Massimo Vincenzo Bellini ottenuto nel 2017. Non solo, il nominativo di Ferlito figura anche nell’albo regionale degli esperti per la costituzione delle commissioni per l’aggiudicazione delle gare col metodo dell’offerta economicamente più vantaggiosa.
Fratello di Alfio Maria è Orazio Pippo Ferlito. Alleato politico di Giulio Andreotti, negli anni ’80 è stato eletto consigliere comunale al Comune di Catania con la democrazia cristiana, poi dimessosi dalla carica di assessore ai lavori pubblici dopo la strage della circonvallazione di Palermo. Viene indicato come padrino di cresima del figlio e nipote del boss “Tinu u Castru'” dal prefetto Domenico Salazar in una nota riservata del 9 marzo 1993 indirizzata all’intendente di finanza di Catania con la quale si sottolinea che in un provvedimento del Tribunale di Catania concernente il commercialista di Adrano Antonino Monteleone vengono evidenziati i rapporti con soggetti dalla discutibile personalità fra i quali emergono esponenti della famiglia catanese dei Ferlito. Stando a quanto ricostruito dai servizi segreti italiani e dal giornalista Pippo Fava dei rapporti molto stretti tra Orazio e lo zio Francesco “Tino” Ferlito, padre di Alfio, non c’è modo di dubitare.
«Io mi ricordo molto bene di Ferlito, era assessore ai lavori pubblici al Comune di Catania e un suo cugino, di professione mafioso, venne un giorno fermato a Milano con un carico di milleduecento chili di droga. Il pezzo che scrissi su questo arresto – dice nel 2001 Riccardo Orioles, già caporedattore dei Siciliani, stretto collaboratore di Pippo Fava, il giornalista ucciso a Catania dal boss emergente Aldo Ercolano – non venne mai pubblicato sul giornale dove lavoravo: l’assessore Ferlito si precipitò dai proprietari e, in assenza del direttore, costoro fermarono le rotative e censurarono la notizia. Il direttore del giornale, che aveva preso le mie difese, fu licenziato – per questo e altri motivi – pochi mesi dopo. Si chiamava Giuseppe Fava e tutto questo succedeva esattamente vent’anni fa. Dell’assessore Ferlito, si occupò il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, pochi giorni prima di morire. Giuseppe Fava fu ucciso dalla mafia nel 1984. I suoi assassini – ma non i mandanti – sono stati condannati, nella più totale indifferenza della stampa italiana, l’estate di tre anni fa».

Ci sono poi Roberto e Antonio, figlio e nipote del boss. E Giovanni e Francesco. Sommelier di professione il primo, architetto il secondo ed ex consigliere comunale a Gravina di Catania il terzo. Tutti eredi di Alfio Ferlito.
Roberto e Antonio Ferlito. Rispettivamente figlio e nipote dello storico capomafia Alfio, ucciso nell’estate del 1982 durante un trasferimento dal carcere di Enna a quello di Favignana. Secondo le carte dell’inchiesta Cerbero sarebbero stati catanesi fuori sede con contatti consolidati e stabili con le ‘ndrine del torinese per il narcotraffico che avrebbe sfruttato anche i canali di Olanda, Spagna e Sudamerica. Tra il 28 agosto 2016 e il 14 novembre dello stesso anno sono emersi i contatti operativi tra i due catanesi in trasferta e gli esponenti dell’organizzazione ‘ndranghetista, nello specifico Michelangelo Versaci e Vincenzo Pasquino. In una delle conversazioni intercettate i due cugini catanesi parlano con Michelangelo Versaci dei canali e delle rotte di approvvigionamento dello stupefacente, discutendo dell’inopportunità di utilizzare il porto di Catania per l’arrivo delle navi dal Sud America e dei mancati contatti con le famiglie catanesi.
La conversazione intercettata tra Versaci e i cugini Ferlito
Ferlito: «E in Spagna come mai che avete i canali e non la comprate in Spagna?»
Versaci: «la coca?… no, ma tanto..»
Ferlito 1: «perché non ci lavorano con la … inc … no? … non ci lavori tanto no?»
Versaci: «se devo comprare in Spagna, compro in Olanda»
Ferlito: «In Olanda la migliore merce, vero?»
Versaci: «Sì … ormai tutti gli albanesi, tutti sti albanesi portano roba da là..»
Ferlito: «Da Rotterdam, Rotterdam»
Versaci: «Bravo… a Catania c’è il porto?»
Ferlito: «Certo che c’è il porto»
Ferlito 1: «Però non è buono il porto di Catania….è super controllato»
Versaci: «Sì? Arrivano navi internazionali? … tipo arrivano navi dal Sud America?»
Ferlito: «poco … qualcuna»
Ferlito 1: «No, quelle gli spaccano il molo…Qualcuna arriva ad Augusta… dall’Ecuador …»
Versaci: «Ah..”
Ferlito 1: «Non è facile a Catania… A Gioia Tauro avete la protezione, hai capito quello che ti voglio dire … la cosa è diversa, da noi è diverso… da noi non ci sono questi grandi personaggi … a quest’ora i calabresi non venivano»
Versaci: «Va beh si certo»
Ferlito: «Tanto la storia è cosi … il calabrese riesce a prendere ovunque va perché ha prezzo, quantità e qualità»
Versaci: «Ma voi lavorate con la mafia?»
Ferlito: «Io… difficilmente»,
Versaci: «Se no… inc… ve li presentavo a questi miei amici magari vi mettevate d’accordo»,
Ferlito: «No sinceramente noi, ti dico la verità, per dire, ci basta … poi se le cose vanno bene non ci sono intoppi quando abbiamo guadagnato io e mio fratello 30mila euro in questo carico per me sono buoni».
Francesco Graziano Ferlito. Arrestato a Librino a luglio 2018 insieme a Giacomo e Domenico Cannavò, per estorsione. I tre avevano chiesto il “cavallo di ritorno” ad una persona che aveva subito il furto di una Fiat 500, denunciandone la scomparsa in questura. Durante la permanenza negli uffici di polizia, la vittima ha ricevuto una telefonata in cui l’ignoto interlocutore comunicava il prezzo da pagare pari a 800 euro per rientrare in possesso dell’auto.
Francesco Ferlito, l’ex consigliere comunale a Gravina con un passato in alleanza universitaria
Il nipote di Maria Ferlito, l’ex proprietaria del Mama Sea poi passato nelle mani dei Fragalà
Francesco Ferlito. Quelli di Boris lo chiamerebbero il Tatti Barletta di Catania, il giovane promettente perfetto per quel tipo di ruolo in Boris – il film. “Grazie per la chiarezza”, immagino che sussurri. Diciamo pure che oscilla tra Tatti Barletta e René Ferretti, il regista di serie televisive con l’ambizione di andare sul grande schermo. Ed un po’ così per Ferlito, dalla politica all’aspirazione per il giornalismo. Come Ferretti, La Franca spera di raggiungere l’obiettivo ma a differenza del personaggio interpretato da Pannofino non conseguirà mai il risultato. Per anni ha interpretato il ruolo di consigliere comunale in quota FdI a Gravina di Catania, seguendo le orme del sindaco Salvo Pogliese, ma si è fermato ai box, ovvero al ruolo di presidente di Allenanza universitaria. La zia Maria, sorella del padre Domenico, era titolare di Cocò srl, la discoteca al civico 30 di via Antonello da Messina ad Aci Castello, poi divenuta Mama Sea. La società adesso è di proprietà di Francesco Carlino e della compagna Melina Fragalà, mentre a ricoprire la carica di amministratrice unica è la sorella Manuela.

Giovanni Ferlito detto “Giovannone”. Altro zio del consigliere comunale a Gravina di Catania, il suo nome, omonimo del ristorante in via Andrea Costa di cui era titolare, compare in un articolo di Catania Vip, un ricordo dopo la sua morte in cui si omaggia l’omnipresenza nei salotti della Catania bene. Cuoco di professione ma “prima di tutto imprenditore” è tra i titolari di Elco Trony, la catena di negozi di elettrodomestici presenti fino a 15 anni fa a Catania e a Misterbianco. Il patron era il padre Giuseppe, fratello di Francesco detto “Tinu U Castru”, a sua volta padre del boss mafioso Alfio.
I terreni di Giovanni e “Giovannone” Ferlito sulla stradale Cravone e il ristorante in via Andrea Costa
Il ricordo di Catania Vip. Le parentele mafiose del sommelier e dell’uomo «perbene amico di tutti»

Confinante con il terreno di Sebastiano Pappalardo c’è quello della famiglia Ferlito. Che ha almeno dieci particelle nel territorio di Misterbianco, che fanno parte della prosecuzione della collina di Monte po. Complessivamente ammontano a sette ettari di terreno. A dividerseli sono i cugini Giovanni e “Giovannone” Ferlito. Il primo figlio di Carmelo, fratello del boss mafioso Alfio. Il secondo figlio di Giuseppe e fratello di Orazio Pippo Ferlito e Alfio Maria Ferlito, giureconsulto di Musumeci. Le hanno ereditate per successione testamentaria il primo e per donazione il secondo.

«Grande amico di tutti, in primis imprenditore», Giovanni il cuoco era «persona impegnata nel sociale, appassionato di musica, trascinatore di folle di amici nelle discoteche frequentate dalla Catania bene, da qualche anno si occupava della gestione di un ristorante che aveva come insegna ”Giovannone” e da cui siamo passati tutti per apprezzare un’altra delle sue passioni che era la buona cucina – scrive ‘il magazine della Catania Vip’ per tracciare l’iter della persona perbene che sei sempre stato – Ciao Giovanni». Il sommelier, invece, «l’aristocratico della classe operaia», così si definisce su Facebook, è proprietario di circa tre ettari di terreno compreso quello in cui insiste il distributore di benzina Lukoil di Alfonso Di Benedetto.
Il Gruppo Sergio di Benedetto Carburanti con le insegne Sicilpetroli, Lukoil e Alfonso Di Benedetto Carburanti vanta di essere un punto di riferimento nel settore. Amministratori delle società, tutte aventi sede legale al civico 5 di via Lincoln a Canicattì, sono Sergio e Alessandro.
Le pompe di benzina ai confini della collina e le proprietà terriere dei grandi distributori
I confini della collina di Monte po sembrano essere presidiati da piccole torrette di controllo. Sono i distributori di benzina, alcuni di proprietà di chi nell’area possiede diversi terreni agricoli, altri invece edificati su terreni di altrui proprietà concessi in affitto o in vendita per la realizzazione di pompe di benzina. Come i rifornimenti Lukoil di Di Benedetto e Petrol Company, distributore della catena di rifornimenti di proprietà delle famiglie Scandura e Pirrello, costruito proprio accanto al parcheggio privato di Toscano realizzato a ridosso della collina di Monte po e accanto al terreno in cui Lanternia ha organizzato il festival delle lanterne. La famiglia Scandura possiede tre particelle di terreno nella collina di Monte po. Proprio su una di queste, frutto della fusione di due terreni e della soppressione di due particelle, ha realizzato una stazione di servizio. Dietro il distributore ci sono altre due zolle di terra. Il confine tra queste e la pompa di benzina è segnato da un nastro con su scritto lavori in corso. Un probabile sintomo della volontà di proseguire la cementificazione con la realizzazione di ulteriori opere.

Stando alle visure catastali, sulla stradale Cravone a ridosso del terreno di proprietà dell’Istituto autonomo case popolari, una striscia di terra apparterrebbe ad Agip carburanti. Anche il gruppo Reitano con il marchio Reioil ha dei terreni di proprietà a sud della collina, poco sopra il cimitero di Catania. In territorio di Misterbianco ci sono i terreni del cavaliere del lavoro Sebastiano Pappalardo, il patron di Sp Energia siciliana deceduto nel 2019. Lo storico marchio blu e arancio, dopo le vicende giudiziarie che hanno coinvolto gli eredi del cavaliere e Orazio Romeo, è stato poi sostituito da Sepa, acronimo di Sebastiano Pappalardo. Con la scritta rossa e bianca, le insegne compaiono da un paio di anni su tutti i distributori ex Sp. Come detto su uno dei terreni della famiglia Ferlito sorge il distributore Lukoil, il cui concessionario è Alfonso Di Benedetto, del gruppo Di Benedetto carburanti srl.

Tra i getsori di carburanti, a possedere dei terreni nella colllina c’è anche il gruppo Reitano, con la società Reioil. Una striscia di terra, quella adiacente al cimitero è di proprietà di Agip Petroli.
Le particelle di Papotto del clan Santapaola e l’edificio costruito abusivamente su una zolla di terra dell’Istituto: «Abbiamo avviato il procedimento penale per invasione di terreno»

Anche Virgilio Papotto, sodale del clan mafioso Santapaola-Ercolano, ha un terrreno sulla collina di Monte Po. Fa parte di quella sorta di villaggio sulle sponde del fiume, sebbene confinato al perimetro di uno dei tanti isolati che formano il quartiere di San Giorgio. Papotto è finito agli arresti domiciliari nell’ambito dell’operazione Ultimo Brindisi e per un altro procedimento è stato perseguito per tentata estorsione perpetrata ai danni di Brt, ex Bartolini in qualità di amministratore unico di Gifra srl, la società che si occupava di trasporto e logistica e che con Bartolini entrava in affari.
Le due particelle di Papotto fiancheggiano un altro terreno. Sul muro perimetrale che tocca parte della proprietà di Papotto compare una scritta a caratteri cubitali: Privitera L.. Un lato di questo edificio invade una particella di proprietà dell’Istituto Valdisavoia. «Si tratta di un casotto costruito sul nostro terreno sin dal 2019 senza che ne fossimo a conoscenza – dichiara a questo giornale il presidente della fondazione Agatino Cariola -, provvederemo a sporgere denuncia per intentare la causa contro i proprietari del bene».
Quando è avvenuto l’illecito il terreno era ancora di proprietà del comune di Catania. Per Cariola, docente ordinario di diritto costituzionale all’Università di Catania, si configurerebbe il reato di invasione di terreno privato disciplinato dall’articolo 633 del codice penale che punisce «chiunque invada arbitrariamente un terreno o un edificio altrui per occuparlo o trarne profitto, con la reclusione da 1 a 3 anni e una multa da 103 a 1032 euro». In questo caso si tratterebbe di semplice occupazione. Il condizionale è d’obbligo in attesa che venga avviato e si definisca il procedimento penale.
I terreni a Catania

Nella parte catanese della collina la distribuzione dei terreni si divide tra pubblico e privato. A possedere le zolle di terra sono fondazioni, enti pubblici, famiglie nobiliari e imprese immobiliari, proprietari di parcheggi e concessionari di carburante. C’è chi ruba parte del terreno al Valdisavoia, c’è chi costruisce case abusive. Ci sono vecchie masserie piene di rifiuti, case popolari e presidenti che dirigono gli istituti che poco o nulla sanno delle abitazioni. Ci sono presunti festival internazionali che dileggiano un terreno seppur privato ma confinante con beni archeologici. Ci sono società del settore petrolifero interessate a immobili destinati al turismo il cui acquisto però non è mai andato in porto a seguito di “sviste” degli uffici dell’allora ex provincia. E anche in questa parte di collina alcuni terreni sono della mafia. Come per esempio quello di Virgilio Papotto, sodale del clan Santapaola. E ci sono parchi pubblici in divenire e progetti portuali che hanno in programma di spostare la foce dell’Acquicella.
Da via Palermo a San Giorgio: il parcheggio di Toscano e il festival delle lanterne di Domenico Durante
I terreni dello Iacp, la proprietà di Papotto dei Santapaola. Il furto del fondo del Valdisavoia

Il parcheggio di Massimo Toscano e il terreno concesso a Sever produzioni srl per il festival delle lanterne
Il managing creativo ‘d’autore’ di Domenico Durante. La cessione del ramo d’azienda del Banacher a Cimas

Nella parte di collina che dà su via Palermo una fascia di terreno che conta circa dieci particelle appartiene a Massimo Toscano, amministratore unico di Cimas Immobiliare. Proprio con questa società gestisce il parcheggio costruito in via Palermo, di fronte al presidio ospedaliero Garibaldi. Nell’oggetto sociale, oltre alla gestione di autorimesse compare la costruzione di edifici residenziali civili e non, la gestione di stazioni di servizio e la vendita di carburanti. L’attività di Toscano si incardina anche su parte del complesso aziendale del Banacher, la società di Alessandra Napoli e della famiglia Aronica, che a luglio 2017 ha ceduto un ramo d’azienda a Cimas.

Insomma Toscano non è un piccolo imprenditore. È chiaro come Cimas immobiliare intrattenga rapporti con la Catania bene e, a quanto pare, anche con personaggi di presunto calibro internazionale. E a testimoniarlo sarebbe la concessione di parte del suo terreno per l’organizzazione di Lanternia, «il festival che ha meravigliato il mondo» così si legge sulla pagina Facebook, organizzato dalla società a responsabilità limitata Sever produzioni riconducibile a Domenico Durante. Sul terreno ci sono ancora i resti della fiera, così come diverse distese di tappeti verdi in erba sintetica. Anche su Google earth si vede il parco allestito peraltro su parte dell’acquedotto romano costruito proprio su quel terreno.

L’organizzazione della fiera non ha usufruito solo di un terreno di Toscano ma anche del parcheggio Toscaparking, di cui si è avvalsa nei giorni del festival. Durante sul suo profilo Linkedin vanta di essere manager di parchi a tema. E la sua attività consisterebbe nell’acquisto o affitto di pezzi di terra per l’allestimento di parchi avventure temporanei o permanenti. A lui sarebbe riconducibile anche Il Bosco delle favole, un altro parco a tema associato a Sever produzioni e in qualche modo attribuibile all’anonimo e non rintracciabile marchio Kitea Studio. Nel footer del sito del parco si legge che l’indirizzo web «non è in alcun modo affiliato, sponsorizzato o approvato dai titolari dei diritti dei personaggi rappresentati. Perché, tutti i personaggi e le immagini riconoscibili sono di proprietà esclusiva dei rispettivi detentori dei diritti. Non si intende rivendicare alcun diritto su di essi». Principale partner dei parchi, o almeno così appare, è la banca di credito cooperativo Terra di lavoro San Vincenzo De Paoli.
In poche parole, Durante non fa altro che riprodurre personaggi del mondo animato sui quali vantano diritti altri produttori e per smarcarsi dalle possibili conseguenze dettate dalla normativa sulla proprietà intellettuale usa quella che può definirsi, seppur impropriamente, una clausola di salvaguardia. Utile più a tutelare se stesso che a spiegare effettivamente di chi siano quei diritti d’autore e soprattutto a chi appartenga la proprietà del sito, del marchio Kitea Studio e della società Sever produzioni. Tant’è che in nessuna delle pagine web riconducibili a Durante compare un numero di partita Iva. E infatti Sever produzioni pare non non esistere. Si trova traccia solo di Seven produzioni, con la “n”, e solo su Facebook. Un’agenzia di marketing che pubblicizza le attività del Bosco delle Favole e di Lanternia. Ma se si effettua una ricerca alla camera di commercio non compare alcun risultato. Né dell’una né dell’altra.

A curare i siti web di Durante è Yes I code, la società consortile con sede in via Pazzano, a Roma che si occupa di innovazione e sviluppo tecnologico. Le quote sono detenute da Benedetto Pacitto, Domenico Maselli e Giuseppe Marra. I tre hanno collaborato anche con la Regione Lazio per la creazione di un’app che permette la comunicazione tra cittadini e comuni attraverso cui gli enti possono inviare immagini, video e testi in tempo reale. L’impresa attuata con Comunica City, è questo il nome dell’app, è stata ripresa da diversi giornali nazionali e regionali: dal Corriere della Sera a Lazio Creativo, il magazine sostenuto dalla Regione.

Case Di Geronimo, la masseria fantasma all’interno del parco di Monte Po
In una parte di collina in via Luciano Pavarotti, poco più in basso di via Palermo, c’è un’antica masseria fantasma diventata anch’essa, come gran parte dell’area in cui dovrà sorgere un parco pubblico, una discarica a cielo aperto tra ruderi e sterpaglie. Emerge dietro il complesso di eidfici che dà su via Marsala. Si chiama Case di Geronimo. Proprio accanto ci sono due sorgenti: il pozzo Costarelli e un’altra in cui, secondo uno dei tanti progetti elaborati dal Comune di Catania, dovrebbe sgorgare l’acqua prelevata dal fiume Acquicella per alimentare il laghetto di nuova creazione. Prima dell’immissione verrebbe fatta passare attraverso un sistema di fitodepurazione.

Nuovi progetti a parte, di cui peraltro la versione definitiva ed esecutiva giace ancora negli uffici comunali, il vero problema risiede nella moltitudine di rifiuti scaricati all’interno dell’area. Questa è una delle tante che al momento pare non sia nel programma stilato da Palazzo degli elefanti per l’esecuzione delle bonifiche straordinarie. Stando al piano paesaggistico valevole fino al 2017 si tratta di un territorio sottoposto a vincolo boschivo o di rimboschimento. Il terreno è annerito dai numerosi incendi che si verificano e il panorama è spettrale.
Case popolari, su Earth c’è il nome di Salvatore Viglianesi nel terreno in via Divino amore. È membro del cda?
L’inconsapevole e spaesato “Sicalo”: «Non lo so, non c’entra un caz…, nessun consigliere dello Iacp ha terreni»

Appare inconsapevole e spaesato il presidente dell’Istituto autonomo case popolari nel rispondere alle nostre domande riguardanti le proprietà dello Iacp. Che nella collina di Monte Po possiede circa tre particelle più le abitazioni popolari a nord della collina. Serve infatti chiamare gli uffici per avere maggiori informazioni in merito.
Perché parte dei terreni dell’istituto sono condivisi con il Comune. Per altra invece, in particolare il terreno nel quartiere di San Giorgio, è stato diviso in diverse particelle, alcune di esse espropriate dal Comune per la realizzazione di un parcheggio scambiatore, altre invece acquistate dai privati. E tra queste c’è anche Agip petroli che ha una striscia di terra al confine con il parcheggio in via Divino amore. Parte di questo invece è di proprietà della famiglia Paternò Castello.

Su Google earth, proprio in linea con questi terreni, compare il nome di Salvatore Viglianesi, omonimo del consigliere di amministrazione dello Iacp. Sorge il dubbio che possa essere lo stesso. Una circostanza smentita dallo stesso istituto. Ma allora chi è Salvatore Viglianesi? Domanda alla quale l’ente pubblico non ha saputo rispondere. Si era poi parlato di un interessamento da parte del Comune ai terreni dello Iacp per la realizzazione del parco pubblico all’interno dell’area verde, ma pare che non se ne sia fatto più nulla. «I terreni dell’istituto non sono interessati dal progetto del parco», sentenzia il presidente Angelo Sicali.
La replica del presidente Angelo Sicali e del direttore generale Patrizia Giambarvera
Il nome di Salvatore Viglianesi su Google nel parcheggio Iacp. È nel cda? Sicali: «Non c’entra un caz…»
Di chi è la proprietà dei terreni e degli edifici nel lato nord della collina di Monte Po? Quelli che danno sulla circonvallazione e su via Palermo. Del Comune o dell’Istituto? Da quanto ne sappiamo pare che gli edifici siano di un ente e i terreni di un altro.
La zona a cui si fa riferimento è nella maggior parte di proprietà dello Iacp di Catania sia per quanto riguarda gli edifici con la relativa corte di appartenenza, sia le aree circostanti identificate al catasto terreni con un’unica particella, la 3164. E comprendono anche le opere di urbanizzazione di zona realizzate da questo ente. L’intera zona comprende anche delle aree di proprietà del Comune di Catania a seguito di esproprio.

Dalle visure catastali in nostro possesso il terreno in via Divino Amore nel quartiere San Giorgio sarebbe di proprietà dello Iacp. Una striscia di quello che pare essere un parcheggio, e su questo attendiamo conferma o smentita, dai documenti catastali parrebbe di proprietà di Agip Petroli. Confermate la proprietà o c’è qualche altro tipo di rapporto contrattuale in essere? Di chi è la proprietà della particella F36-1125? Che tipo di attività svolgete in quel bene? E il parcheggio, se così è, per cosa viene utilizzato?
L’area antistante il cimitero risulta di proprietà di vari intestatari come la particella 1125 intestata a terzi, la particella 1073 di Agip e per ultimo la particella 1128 originariamente intestata allo Iacp di Catania.

Da quanto risulta al nostro giornale, dalla consultazione del vostro sito web i componenti del Consiglio di amministrazione sono Angelo Sicali, Giuseppe Salvatore Viglianesi e Maria Giuseppina Grassia. Su Google earth all’area del parcheggio corrisponde il nominativo di Salvatore Viglianesi. Siete a conoscenza di una tale indicazione sul portale di Google?
No, non siamo a conoscenza e non sappiamo di chi si sta parlando. Nessun consigliere dello Iacp di Catania detiene terreni.
E chi è Salvatore Viglianesi? Non è forse uno dei consiglieri di amministrazione dello Iacp? In ogni caso, perché Google inserisce questo nominativo su un terreno di vostra proprietà?
Non sappiamo per quale motivo Google inserisca questo nome. In ogni caso verificheremo. Comunque la particella di proprietà Iacp è stata oggetto di esproprio da parte del Comune di Catania con provvedimento numero 13 dell’1 luglio 2004. Poi espropriata dal Comune di catania per la realizzazione di un parcheggio scambiatore. (Dalle visure catastali in nostro possesso però non risulta alcun esproprio, forse per la mancata iscrizione dell’aggiornamento al catasto della procedura, ndr).
I possedimenti del Valdisavoia al centro della collina di Monte Po, Cariola: «Facciamoci un bosco di querce»
Il casotto a San Giorgio che invade parte del terreno della fondazione. Denunciati su nostra segnalazione

La fondazione Istituto agrario siciliano Valdisavoia è costituita da tre aziende agricole: Cibali, Nesima e Cutura, per una superficie totale di circa 60 ettari. Nessuna di queste esercita l’attività agricola nei terreni che possiede nella collina di Monte po perché la consistenza della terra non permette la coltivazione. Ci sono però delle particelle dell’immensa distesa di proprietà dell’istituto che sono state affittate al Comune, almeno fino a marzo 2024 quando il contratto si è concluso e Palazzo degli elefanti ha restituito il terreno previa bonifica dello stesso.
«Non pratichiamo alcuna attività sul terreno perché non è adatto alla coltura – dice il presidente della fondaizone Agatino Cariola al nostro gironale – avevamo affittato i terreni al comune perché avrebbe dovuto fare il parco che partiva dalla plaia e arrivava fino alla collina». Una contratto che impegnava il Comune a pagare 12mila euro l’anno per vent’anni. «L’hanno preso nella prima gestione bianco, molta gente ha sversato rifiuti e il Comune ha effettuato la bonifica – spiega Cariola -. Io resto disponibile a discutere di un progetto unitario in queste aree perché altrimenti rimarranno sempre abbandonate, ho chiesto al corpo forestale se fosse possibile realizzare un grande bosco di querce nella città di catania». Per il momento il terreno è adibito al pascolo delle pecore e la gestione è affidata a un pastore. «Perché la terra è fatta di sassi, è un pezzo di Sicilia emersa dal mare, non è terra in cui ci puoi coltivare qualcosa».
La parte Sud della collina: da via Carmelo Rosano all’asse attrezzato
Le società di Reitano e la paventata vendita dell’ex Albergo Sicilia

Tra i nomi più noti nella parte a Sud della collina a detenere la proprietà dei terreni ci sono famiglie nobiliari e gruppi imprenditoriali. Come ad esempio la famiglia Francica Nava e i Reitano. Una piccola parte è di proprietà del Comune.
Il terreno del gruppo Reitano: un garage sede di quattro società tra olio e petrolio
L’affitto di case per le vacanze, il noleggio di autovetture e l’attività di ristorazione

Quattro società aventi la stessa sede legale si scambiano beni immobili e si intersecano nell’esercizio delle proprie attività. È il modo di operare della famiglia Reitano. Che ha una striscia di terra nel lato sud della collina, accanto a via Carmelo Rosano. La proprietà risulta intestata alla ditta Reioil, società di commercio all’ingrosso di prodotti petroliferi. Oltre allo smercio del petrolio, con il bar Cristallo la famiglia Reitano si dedica anche all’attività di ristorazione. I fratelli Santi e Tiziana si dividono la gestione di tre società, tutte aventi sede legale a Paternò, in corso Italia 92. In quello che pare essere un garage.
Oltre a Cristallo e a Reioil sono anche proprietari del Residence del sole. Con quest’ultima società affittano case e appartamenti per vacanze nel residence che si trova in via Cala Creta, a Lampedusa. Residence del sole si occupa anche di noleggio e leasing di automobili e autoveicoli leggeri. Per farlo si avvale dell’unità locale in cui esercita l’attività di somministrazione di alimenti il bar Cristallo. O, almeno, questo è quanto risulta dai documenti camerali.

Sul sito albertoraciti.it, il cui titolare è un private banker ovvero un professionista della consulenze aziendali, si pubblicizza il gruppo Reitano con la trascrizione dell’elenco di tutte le aziende della famiglia. Nella lista compare anche Artemide srl, una società agricola amministrata da Roberta Di Mauro, di cui Federica e Santi sono solo soci. Anche quest’ultima società che si dedica alla produzione di olio ha sede legale in corso Italia 92. Per quanto riguarda la tenuta, sul sito e sul web non c’è traccia dell’indirizzo.

Il portale di Raciti fa inoltre menzione, dandola quasi per assodata, della vendita dell’ex Albergo Sicilia. L’hotel a Paternò abbandonato da anni che pare dovesse essere acquistato proprio da Reioil. «Presto tornerà a vivere e sarà il riferimento turistico ricettivo per la città», scriveva Raciti sul sito web. A dare la notizia dell’aggiudicazione definitiva del bene è stata la Gazzetta Rossazzurra. Nel 2019 ha infatti pubblicato il verbale di gara della città metropolitana di Catania. «Si procede all’aggiudicazione provvisoria dell’immobile di cui all’oggetto all’offerente ditta Reioil», si legge nell’estratto riprodotto sul sito del quotidiano online. La gara in realtà non ha mai avuto aggiudicazione definitiva. Tanto nel 2019 quanto nel 2023.
La prima volta il bene è stato aggiudicato in via provvisoria, ma la gara è stata poi annullata perché l’immobile non risultava tra i beni alieneabili della città metropolitana. Pare che lo fosse nel 2018, per poi scomparire dall’elenco delle proprietà trasferibili. La procedura ha comunque fatto il suo corso senza che il dirigente si accorgesse dell’inalienabilità del bene. A quanto pare «per una svista», dicono dagli uffici della città metropolitana. Per questo la gara è stata dichiarata invalida e la somma data a garanzia da Reioil restituita.
Nel 2023 la gara si ripete e anche questa volta viene annullata. Il beneficiario, pare sia diverso da Reioil, avrebbe rinunciato perché sperava nella possibilità di ottenere un finanziamento per l’adeguamento e la ristrutturazione che però non ha ottenuto. E così ha preferito perdere quello che aveva anticipato.
Le proprietà del Comune di Catania
Il Comune di Catania possiede poco meno di 200 ettari di terreno a Monte Po. Negli anni Palazzo degli Elefanti ha posto in essere un gran numero di operazioni, tra cessioni e acquisizioni, riguardanti la compravendita dei terreni della collina. Gran parte li ha ceduti a privati. Altri li ha ottenuti tramite contratti di comodato d’uso o d’affitto. Come per esempio parte di quelli di proprietà dell’istituto Val di Savoia concessi al Comune per la futura realizzazione del tanto decantato parco pubblico. Un contratto che però si è concluso nel 2024 con la restituzione del lotto senza che il progetto andasse mai in porto.
Il documento presentato dalle associazioni per la promozione, realizzazione e sviluppo di un parco pubblico Monte Po-Acquicella
La proposta delle associazioni prevedeva un grande parco urbano che avrebbe collegato Librino, Fossa Creta, San Giorgio, Monte Po e via Palermo, comprendendo anche il recupero delle vaste aree a verde inutilizzate. Si parlava di un parco con dimensioni di circa 200 ettari con il possibile utilizzo dei terreni di proprietà dell’istituto Val di Savoia alcuni dati in comodato d’uso, altri cocessi in affitto al Comune. Un piano avviato ai tempi in cui Trantino svolgeva le funzioni di assessore ai Lavori pubblici, poi stravolto a seguito delle determinazioni della giunta comunale guidata dal sindaco Enrico Trantino. Che di 200 ettari è riuscito a progettarne solo 28 per un ammontare complessivo di circa 15mila euro di fondi del Pnrr per integrare e migliorare il Piano urbano integrato. È riuscito è un eufemismo, perché sebbene la data ultima prevista dal bando per completare i lavori sia giugno 2026, il progetto esecutivo è arrivato solo il 21 novembre. A redigerlo è stata la società Build e qualcosa.
Attualmente però queste aree, in parte già destinate e per altra da destinare a parco urbano, contribuiscono a separare i quartieri periferici dalla città creando una frattura fra i vari contesti. Nella proposta delle associazioni si prevede un parco attrezzato e adeguatamente gestito.

La mappa di monte Po, i vincoli urbanistici e i beni archeologici
L’habitat naturale del colle fino alla foce del fiume Acquicella
La collina di Monte Po si estende per circa 500 ettari da Misterbianco a Catania. Segue una gran parte del fiume Acquicella, costeggia via Palermo e tocca i quartieri di San Giorgio e Villaggio Sant’Agata fino ad arrivare alla plaia. L’area è tutelata dal piano paesaggistico in due diverse norme, dal piano locale 18 e dal piano locale 22, che attribuiscono alla collina il carattere di interesse forestale con la sottoposizione a vincoli ambientali quali quello archeologico e urbanistico. Tutti tratti tutelati, compresi fiumi e affluenti sin dal 1983.

L’area di Monte Po è sottoposta a vincoli archeologici, forestali e idrogeologici. In queste aree, e nonostante le diverse violazioni alle normative che negli anni sono state perpetrate ai danni del paesaggio naturale, non è possibile realizzare attività che comportino eventuali varianti agli strumenti urbanistici previsti; realizzare tralicci, antenne per telecomunicazioni ad esclusione di quelle a servizio delle aziende, impianti per la produzione di energia anche da fonti rinnovabili escluso quelli destinati all’autoconsumo; realizzare manufatti e opere che possano direttamente alterare i caratteri di panoramicità dell’area; aprire nuove cave; realizzare serre provviste di strutture in muratura e ancorate al suolo con opere di fondazione salvo quelle mobili stagionali; effettuare movimenti di terra e le trasformazioni dei caratteri morfologici dei versanti anche ai fini del mantenimento dell’equilibrio idrogeologico; realizzare discariche di rifiuti solidi urbani, di inerti e di materiale di qualsiasi genere. Inoltre è necessario non svolgere alcuna attività che possa turbare la conservazione dei valori paesaggistici e il contenimento dell’uso del suolo nonché i caratteri naturali del paesaggio e il recupero paesaggistico con particolare attenzione alla qualità architettonica di quanto è stato costruito in epoche storiche.
Gli obblighi giuridici che incombono sulle istituzioni
I vincoli di carattere forestale
Per i nuovi impianti arborei e la loro riconversione si dovrà mantenere la distanza minima adeguata dalle sponde dei corsi d’acqua, al fine di consentirne, sia la corretta percezione visiva, che la loro rinaturalizzazione; è necessaria la rimozione dei detrattori ambientali lungo l’alveo delle aste fluviali; per nuovi interventi si dovrà ricorrere all’utilizzo dell’ingegneria naturalistica per qualunque intervento sul corso d’acqua e sulle aree di pertinenza; altresì dovranno mettersi in pratica metodi di contenimento delle eventuali nuove costruzioni, che dovranno essere a bassa densità, di dimensioni tali da non incidere e alterare il contesto generale del paesaggio agricolo e i caratteri specifici del sito così come sarà necessario adottare l’opportuna tutela per la riqualificazione e il ripristino degli elementi di importanza naturalistica ed ecosistemica per mantenre i corridoi ecologici fluviali.
I vincoli di carattere idrogeologico
In queste aree non è consentito realizzare opere di regimentazione delle acque tra le quali sponde, stramazzi e traverse in calcestruzzo armato o altre tecnologie non riconducibili a tecniche di ingegneria naturalistica; attuare interventi che modifichino il regime, il corso o la composizione delle acque,
fatte salve le esigenze di attività agricole esistenti; realizzare discariche di rifiuti solidi urbani, di inerti e di materiali di qualsiasi genere; realizzare cave e impianti eolici. Secondo le associaizoni «sarebbe opportuna, laddove possibile, la decementificazione dell’alveo».
I vincoli di carattere archeologico
In queste aree qualsiasi intervento che interessi il sottosuolo deve avvenire sotto la sorveglianza di personale della Soprintendenza che deve assicurare il mantenimento mantenimento dei valori del paesaggio agrario a protezione delle aree di interesse archeologico; realizzare discariche di rifiuti solidi urbani, di inerti e di materiali di qualsiasi genere e realizzare cave anche a protezione del tessuto agricolo del territorio.
I beni archeologici

Tra i beni archeologici tutelati dalle normative e dal piano regolatore comunale c’è una chiesa bizantina scavata nel 2010 assegnata al parco archeologico, una di epoca medievale (Santa Maria di Nuovaluce), un monastero e un acquedotto romano. E pare anche che ci siano i resti di parte di un acquedotto benedettino, oltre a numerosi bunker probabilmente risalenti alla seconda guerra mondiale. Secondo la ricostruzione di diversi archeologi la collina di Monte po farebbe parte di un sistema di difesa costituito da tre colli: a quello di Monte Po’ si aggiungono Motta Sant’Anastasia e Paternò.

I bunker

Quasi sulla cima di Monte Po è ancora possibile accedere ai resti in calcestruzzo armato di una serie articolata di strutture relative alla difesa di Catania durante l’invasione anglo-americana del 1943. Si tratta di una galleria sotterranea lunga 40 metri, con condotti verticali per le uscite, vani di ricovero anti-incursioni aeree o deposito di munizioni, feritoie per l’uso di armi leggere, postazioni di artiglieria contraerea, camminamenti per i collegamenti tra le varie postazioni. Un bunker in particolare si trova sotto la struttura in stato di rovina sulla sommità della collina di cui sono ancora visibili i ruderi. Due ingressi, posti uno sul lato meridionale e un altro su quello occidentale, consentono l’accesso all’interno del fabbricato, che presenta le pareti interne intonacate da una spessa e grezza malta grigio-scura.
La basilica bizantina e le strutture di origine medievale

In via Gaetano Di Giovanni, proprio dietro il campo sportivo, residuano i resti di una basilica bizantina, posta alla falde settentrionali della collinetta di Monte Po’. L’area è stata scavata nel 1990 dalla Soprintendenza di Catania. In quegli anni sono venute alla luce le parti relative all’abside e alla tripartizione in tre navate. Recenti ricerche hanno permesso di ricostruire l’intero impianto planimetrico dell’edificio.
Per la sua configurazione pare avesse originariamente destinazione funeraria, possedeva una ricca decorazione architettonica come dimostrato dai numerosi frammenti di plinti, colonne, capitelli e rivestimenti di pilastri con scanalature, recuperati nel corso dello scavo degli anni ’20 e ulteriormente provato dalle campagne di scavo condotte dalla soprintendenza di Catania tra il 1992 e il 1995. L’esistenza di questa, insieme alla struttura absidale in conci di pietra lavica, testimonierebbe la presenza di un borgo bizantino sulla collina.


Biodiversità nella foce

La parte fociale del corso d’acqua ospita la ricca fauna delle zone eurialine. Zone acquatiche che presentano un’ampia variabilità di salinità. Proprio qui ci sono Laridi anche di specie assai rare e protette quali le diverse specie di sterne, il Beccapesci o il raro Gabbiano corallino oltre a diverse migliaia di Gabbiani comuni e reali e a decine di Zafferani. Nella linea di costa invece si incontrano diverse specie di limicoli come il Piovanello tridattilo, il Piovanello pancianera, la Pantana. Nella linea di costa, procedendo verso l’interno, si incontrano le prime dune, o meglio quello che ne deriva dal rimaneggiamento continuo operato dall’uomo alla fascia costiera dunale che fino a qualche decennio fa caratterizzava la costa sabbiosa del catanese. La vegetazione psammofila presente è ormai impoverita dai mezzi meccanici utilizzati per pulire la sabbia dai rifiuti e da veri e propri cumuli di rifiuti lasciati ovunque.

Inoltrandoci all’interno del fiume l’ambiente è completamente diverso, tipico dei fiumi di pianura, con acqua dolce, lenta, placida. La vegetazione è costituita dalle tipiche piante palustri. La Cannuccia di palude ricopre le sponde, a cui si associano cespi di Tifa, mentre sulle fasce più esterne del fiume prende il sopravvento la Canna comune. È qui che si possono incontrare il Pollo sultano, la Gallinella, la Folaga, il Germano reale ed altre specie di anatre, mentre nel canneto si sente cantare la Cannaiola e l’Usignolo di fiume. Le zone più aperte di due valloni, che culminano con la collina di Monte Po’ sono adibite a pascolo; sono presenti querce isolate, anche di grandi dimensioni e formazioni arboree lungo le incisioni del reticolo idrografico. Qui è possibile osservare la Poiana o il Gheppio a caccia di qualche roditore o di qualche rettile, la Cappellaccia, il Saltimpalo, l’Averla capirossa, i Corvidi quali la Gazza e la Cornacchia grigia.
Valenza morfologica e geologica

La collina poggia su una successione sedimentaria a carattere regressivo costituita da argille grigio-azzurre, dalle sabbie di San Giorgio e da conglomerati e Ghiaie di Monte Tiritì, di età compresa tra il Pleistocene inferiore e il Pleistocene medio. Le argille dunque continuavano a depositarsi anche nelle prime fasi eruttive del vulcano. L’area di Monte Po ha importante valenza anche sotto il punto di vista geologico strutturale in quanto si colloca sul margine più avanzato dell’avanfossa Gela-Catania tra la catena appenninica e l’avanpaese africano, nel centro di compressione che spinge lentamente e costantemente la placca africana contro quella europea.
La foce dell’Acquicella
Il fiume acquicella e i tratti tombati

Sono tre i tratti tombati dall’amministrazione comunale. Tra questi ci sono quello all’altezza dell’istituto alberghiero Wojtyla e dell’impianto sportivo Monte Po, nella sua area sorgente di monte, che risulta incanalata in un tunnel passante per emergere in prossimità di via Palermo, proprio di fronte all’ospedale Garibaldi-Nesima. Un altro si trova al di sotto di via Acquicella, lungo il tratto che costeggia il cimitero di Catania. In quest’ultimo tunnel sotterraneo il torrente riceve l’immissione delle acque del torrente Acquasanta, captate dal vallone che dal fianco meridionale del cimitero risale fino al quartiere San Giorgio dopo avere attraversato Fossa della Creta.
Infine, un’altra opera se non di occlusione del fiume ma di deviazione, è stata operata alla foce del fiume. Che è stata spostata più a Sud, in seguito alla realizzazione della darsena del Porto di Catania. Per la maggior parte della sua estensione, l’asta fluviale del torrente Acquicella risulta canalizzata all’interno di una sezione rettangolare con pareti e fondo in cemento. Fanno eccezione gli ultimi 300 metri prima della foce che scorrono tra le sabbie del litorale.

Porto, il decreto del ministero dell’Ambiente e l’approvazione del nuovo Prp
Gli studi di settore “carenti” in attesa di aggiornamento dei progetti esecutivi
Un iter burocratico durato meno di un anno, due valutazioni ministeriali di concerto con la Regione Sicilia, diverse raccomandazioni rispettatate pro forma. Così il 31 ottobre è stato approvato il nuovo piano regolatore portuale con il placet di tutta la politica. C’è chi dice che non si sa nemmeno cosa sia stato approvato, ciò che è certo è che la salvaguardia dell’ambiente non c’è. La foce dell’Acquicella e la scogliera D’armisi avrebbero dovuto essere tutelate.
Per tutelarle però si sarebbero dovute lasciare integre oppure rispettare le prescrizioni del ministero. Che da una parte ha raccomandato di rifare gli studi di settore e dall’altra, ad analisi ripetute ma comunque carenti, ha dato il via libera alla realizzazione. La priorità era quella di salvaguardare la foce dell’Acquicella e la scogliera d’Armisi. Aree per le quali il ministero aveva imposto che le nuove opere portuali fossero allocate a debita distanza dai siti naturali.
Secondo il decreto del ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica chiamato a valutare il piano regolatore del 2024, nel progetto mancavano lo studio sulla flora e sulla fauna della foce del torrente Acquicella e quello sull’impatto acustico. Che non risultavano agli atti della commissione tecnica. Per quest’ultimo, sebbene fossero indicate sei stazioni di rilevamento del clima acustico attuale, non era stato redatto il censimento dei ricettori e mancava altresì l’analisi sulla definizione della zonizzazione acustica. Per il primo invece non vi era nessuna rappresentazione cartografica della vegetazione e delle specie animali esistenti. A mancare era pure un’alternativa progettuale che comportasse il minor sacrificio in termini di interferenza con la foce dell’Acquicella.

C’erano poi delle condizioni di cui l’analisi ambientale presentatata dall’autorità non teneva conto: come per esempio l’elenco delle formazioni vegetali sottoposte al regime di conservazione e tutela e, appunto, le ripercussioni sulla foce del torrente. E in questo senso il progetto stilato dal Porto sarebbe stato carente anche sotto il profilo del mancato rispetto delle condizioni dettate dalla Valutazione di incidenza sui siti Natura 2000 (Vinca), ovvero la rete dei Siti di interesse comunitario (Sic).
Per il ministero l’Autorità avrebbe dovuto valutare la fattibilità di costruire la sola scogliera del torrente Acquicella a delimitazione delle aree portuali, lasciando la foce del torrente libera di appoggiarsi ad essa. Cosa che non è prevista in nessuna delle alternative progettuali messe in atto dal porto di Catania. E non è avvenuta nel documento definitivo stilato dall’Autorità portuale. «La mancata costruzione della diga a protezione della foce produrrebbe così il duplice vantaggio di non impattare sulla sponda destra, di alto valore ecologico e di conferire l’eventuale sedimento trasportato dal torrente direttamente al litorale», aveva detto il ministero. Ma l’esortazione è rimasta lettera morta.

Quello che ha fatto l’autorità portuale è stato limitarsi a integrare la versione del Prp del 2024 con ulteriori approfondimenti relativi alle analisi di rischio riguardanti l’habitat naturale. Che, peraltro, nel piano non compaiono. Ci sono solamente le sintesi degli studi di settore, mentre per le versioni integrali si rimanda invece ad altri documenti. Ci si chiede come sia stata possibile l’approvazione di un progetto che avrebbe dovuto tutelare la natura e tutto fa tranne che preservarla. Rimandando tale tema alla previsione di studi futuri che approfondiscano gli effetti derivanti dall’attuazione del piano.

Gli altri oneri posti a carico dell’Autorità portuale dai decreti del Mise
Tra le prescrizione raccomandate dal Mise c’era la ripresentazione dell’analisi ambientale tenendo conto stavolta anche del profilo sulla salute generale della popolazione rispetto al contesto territoriale. Nonché anche i riflessi dell’opera in termini di giustizia ambientale, ovvero vantaggi e svantaggi socioeconomici derivanti dall’esecuzione dell’opera. In poche parole, il ministero di concerto con l’assessorato dei beni culturali della Regione, ha dato parere positivo alla valutazione di impatto ambientale, ma a condizione che l’autorità rifacesse il piano regolatore portuale nel rispetto delle raccomandazioni dettate dal ministero. Condizioni, secondo l’opinione dell’Autorità portuale, adesso rispettate.
Tra i tratti carenti c’era anche la definizione delle condizioni di accessibilità e delle reti di trasporto. Si riteneva infatti necessario, a detta del Ministero e della Regione, sviluppare ulteriormente l’integrazione funzionale tra i porti di Catania e Augusta. Perché nel progetto si accennava solo alla possibilità di una specializzazione reciproca, con Catania più orientata al traffico passeggeri e crocieristico, ma mancavano ancora i dettagli su come questa sinergia potesse essere attuata. In breve: il piano presentato dal porto risultava carente sotto diversi punti di vista.
Profili di incompletezza, diceva il ministero, emergevano anche in tema di coerenza energetica. Il porto avrebbe dovuto redigere un documento che mettesse in relazione le azioni programmate dal Piano regolatore con gli obiettivi previsti dal Piano nazionale integrato per l’energia e per il clima (Pniec), dal Piano energetico della regione siciliana (Pears) e dal Piano d’azione per l’energia sostenibile e il clima in termini di decarbonizzazione, riduzione consumi e aumento delle fonti di energia rinnovabile. Mancavano dunque, o comunque non erano pienamente soddisfatti, i contributi relativi al piano clima, ai piani strategici Zes e alla programmazione relativa al fondo europeo di sviluppo regionale.
Profili che non si ritengono pienamente soddisfatti nemmeno nell’ultima redazione del piano. Aspetti per i quali infatti, come scrive l’autorità portuale nello stesso Prp, sarà necessario sottoporre i progetti esecutivi alla valutazione di impatto ambientale prima di essere realizzati. In particolare foce dell’Acquicella e scogliera d’Armisi, per i cui approfondimenti si rimanda a successivi studi scientifici e alla Via dei singoli progetti esecutivi.
La replica del presidente dell’Autorità portuale Francesco Di Sarcina
Le opere previste sulla scogliera e sull’Acquicella. Pericolo di esondazioni? «Potrebbe succedere alla foce del fiume. Ma è al mare, rischio irrilevante»
Geoceck: «Il terreno alla plaia è in forte erosione». Di Sarcina: «Cosa impedisce di fare opere su terreni franosi? La foce del fiume Acquicella si sposta già naturalmente, in ogni caso tutti i progetti esecutivi dovranno essere sottoposti al procedimento di Valutazione di impatto ambientale prima dell’esecuzione. Non tocchiamo la scogliera D’Armisi».

Presidente, mi parli del progetto di sviluppo del piano regolatore. Tempi di attuazione e costi. Quanto avete speso e quanto ci vorrà per realizzarlo?
Un anno e mezzo per la progettazione e realizzazione, un miliardo di euro tra fondi pubblici e privati. Rispetto al porto vecchio abbiamo effettuato una riorganizzazione degli spazi, prima erano confusi e promiscui, adesso abbiamo distinto le aree ampliandole in alcuni casi specializzandole in zone commerciali e turistiche. Aprire il porot alla società ha comportato la necessità di ampliamento del porto stesso, una parte verso nord e unì’altra verso sud.
L’ambito da aprire alla città consiste in duecentocinquantamila metri quadrati di aree a terra più tre darsene da dedicare interamente al diporto e alla pesca indipendenti dal resto del porto e fruibili dalla città con negozi, ristoranti e club house indicate come aree turistiche (Lettere E1, E2). Sono quella vicino al molo Crispi, un’altra nella zona denominata “Cantieri” e la terza è quella che dovrebbe sorgere (la realizzazione è condizionata all’approvazione del progetto esecutivo, ndr) vicino alla scogliera d’Armisi sotto la stazione.

Secondo il ministero che ha approvato il piano regolatore portuale, gli studi di settore sarebbero carenti sotto diversi punti di vista. Soprattutto in relazione alla foce dell’Acquicella e alla Scogliera D’Armisi. Nella prima versione del piano addirittura mancavano alcune relazioni, in quella aggiornata le avete inserite ma non hanno superato il vaglio del ministero. Voi stessi nel piano definitivo rimandate a successivi approfondimenti.
Quello che c’è scritto nel piano lo faremo. Le prescrizioni del ministero sono state in parte tutte rispettate. Significa che ulteriori studi verranno effettuati in fase di progettazione esecutiva, quando le opere verranno sottoposte alla valutazione di impatto ambientale (Via).
Le infrastrutture, dopo la sottoposizione alla valutazione di impatto ambientale, che dovrebbero essere realizzate nella Foce dell’Acquicella e alla Scogliera D’Armisi sono state al centro delle polemiche. Le associazioni ambientaliste contestano gli effetti devastanti che potrebbero avere sul paesaggio naturale. In particolare nel progetto sono previste diverse opere che vanno a modificare il corso d’acqua. E se non lo modificano, quantomeno rischiano di comprometterne l’alveo. È il caso per esempio dello spostamento della foce del fiume. Molti ipotizzano un rischio, anche molto concreto, di esondazione...
La scogliera d’Armisi non la tocchiamo. E per quel che riguarda l’Acquicella, non modifichiamo il corso d’acqua, attueremo un semplice spostamento della foce di un fiume che comunque si sposta già naturalmente. Abbiamo verificato che non ci sono le condizioni affinché il fiume esondi, potrebbe esondare la foce ma essendo sulla spiaggia, il rischio è irrilevante. Non andiamo a incidere sul fiume…
Il sottopasso ipotizzato per allegerire il traffico urbano, attraversando il sottosuolo, non incide forse sul letto del fiume?
Non dovrebbe incidere, ma in ogni caso non è nemmeno certo che si realizzi. Qualora si dovesse fare, sarà necessaria un’intesa con il Comune. Comunque non fa parte del piano regolatore portuale.
La vecchia nuova darsena è crollata già due volte, non pensate che costruendone una nuova proprio accanto alla precedente si possa verificare un nuovo rischio di crollo? In una zona peraltro classificata da Geocheck – società da voi stessi incaricata per lo studio di settore di carattere geologico – come franosa e «attualmente in forte erosione a causa dei numerosi interventi antropici effettuati sia a monte che a valle del bacino di drenaggio»? Ritiene opportuni ulteriori interventi dell’uomo?
Cosa impedisce di fare opere su un terreno franoso? Il cedimento della vecchia darsena è dovuto all’erosione del fondale a seguito della collisione delle eliche delle barche con la parte interna della banchina che ne ha comportato il crollo. All’epoca non hanno fatto una protezione del fondale capace di prevenire questo fenomeno.
Senta presidente, è innegabile che la realizzazione del piano regolatore portuale coinvolga interessi privati e pubblici. C’è chi sostiene che la nuova darsena commerciale sia stata fatta per soddisfare gli appetiti dell’ex presidente di Confindustria Catania Antonello Biriaco.
Queste sono falsità. Chi dice una cosa del genere non si informa. Non essendo un operatore portuale non ha e non può avere interesse sulla nuova darsena a Sud.
Mappa dei rischi ambientali

La posizione del Movimento cinque stelle

«La scogliera dell’Armisi non è un ostacolo allo sviluppo, ma un bene comune di valore geologico, biologico e paesaggistico inestimabile. Distruggerla per costruire una nuova darsena turistica o commerciale significherebbe compromettere per sempre un punto delicatissimo del nostro ecosistema costiero, alterando i flussi marini, aggravando la pericolosità geomorfologica e cancellando un tratto identitario del rapporto tra Catania e il suo mare.
Va salvaguardata la falesia e gli affioramenti rocciosi e le nuove strutture portuali devono allontanarsi dalla scogliera dell’Armisi. Gli interventi edilizi vanno ridotti drasticamente e arretrati almeno di 150 metri dalla costa. Disattendere queste prescrizioni significa violare la ratio stessa dell’approvazione della Vas, oltre che mettere a rischio la sicurezza e la bellezza del nostro litorale. Le funzioni commerciali devono essere riequilibrate con Augusta, destinando Catania al traffico passeggeri e crocieristico;
Per questo chiediamo che nessuna nuova darsena venga realizzata nell’area nord del porto, che la scogliera dell’Armisi sia integralmente tutelata e che si apra subito una discussione pubblica e trasparente tra città, amministrazione e Autorità portuale sul futuro del mare di Catania. Non possiamo accettare che scelte calate dall’alto decidano il destino del nostro ambiente e del nostro territorio. Invitiamo tutti i cittadini e le cittadine, le realtà sociali, culturali e ambientaliste, a mobilitarsi per difendere la scogliera dell’Armisi e per chiedere un modello di sviluppo portuale sostenibile, rispettoso della natura e della città. Un’altra Catania è possibile, ma solo se sapremo difenderla insieme».
Gli studi di settore per la realizzazione delle nuove infrastrutture portuali
Le analisi di Ambrosetti e Dinamica che rimandano a studi successivi
Tra i privati che hanno condotto gli studi di settore per la realizzazione del nuovo porto turistico di Catania ci sono società di consulenza impegnate nel settore da anni. Che si occupano di progetti di definizione e riqualificazione delle aree portuali di tutta Italia. Le indagini sulla fattibilità delle opere vengono effettuati dalle società private che studiano i diversi fattori di rischio impattanti sulla popolazione e relazionano le analisi svolte. Talvolta, se non spesso, le ditte incaricate dell’analisi progettuale interagiscono tra loro. E traggono le proprie conclusioni sulla scorta delle consulenze delle altre società.
Questo siginifica che se uno studio è sbagliato o è carente in tutto o in parte, a cascata anche gli altri studi saranno carenti in tutto o in parte. Per esempio, le condizioni di vento prese in considerazione per l’analisi sulla navigabilità condotta da Cetena si riferiscono allo studio prodotto da Modimar. Nessuno mette in dubbio la regolarità formale di entrambi gli studi quanto le modalità con le quali si svolge il procedimento, a dire il vero, comune alla realizzazione di tutte le grandi opere. E a giudicare dal parere del ministero, pare che non siamo gli unici.
Al di là del caso specifico, infatti, funziona più o meno così dappertutto. Il problema è che le società di consulenza come quelle di revisione dei conti e tante altre di tanti settori che operano per conto della pubblica amministrazione e non, sono sempre le stesse. E il conflitto di interessi è più che una probabilità. E così, non può affermarsi ma di certo non può nemmeno escludersi, anche il nuovo porto di Catania rientra nel meccanismo all’italiana.
Tra le società che hanno condotto gli studi di settore per la progettazione del nuovo porto infatti c’è chi si è occupato della realizzazione del Mose di Venezia, del Treno ad alta velocità (Tav) e ci sono persino centri collegati all’istituo bancario Intesa San Paolo.

«Alcuni studi sono stati integrati nei contenuti della presente relazione, altri sono riportati in breve sintesi nei successivi paragrafi. Si rinvia alla lettura di ciascuno studio di settore come sopra elencato, per un eventuale approfondimento delle tematiche specifiche». La dicitura riportata alla fine ell’elenco degli studi di settore del nuovo piano regolatore sembra essere chiara: ci sono tutti. Alcuni sono stati integrati, di altri c’è la sintesi. In realtà però non sembra essere proprio così. All’appello mancano lo studio sul valore generato e gli impatti attesi condotto da Ambrosetti spa e quelli realizzati da Dinamica srl su flora e fauna della foce del torrente Acquicella e sull’impatto acustico e sul rapporto ambientale. E a mancare è pure l’inquadramento urbanistico e territoriale: dicitura presente in elenco ma dell’esplicazione non c’è traccia.
La società amministrata da Mondini e la progettazione del Mose di Venezia
Modimar ha redatto sei studi per la progettazione del porto di Catania. Tra gli altri ha contribuito alla costruzione del porto di Civitavecchia, in provincia di Roma e degli Argonauti, in provincia di Matera. In realtà però l’azienda guidata da Fabio Mondini è più nota per aver partecipato alla creazione del Mose di Venezia, l’opera costata circa sei miliardi di euro, per la quale sono stati indagate più di cento persone e 35 finite agli arresti. Poco importa perché il Mose si è fatto lo stesso con costi di manutenzione che fino al 2023 si aggiravano intorno ai cento milioni di euro l’anno. In Sicilia, oltre al porto di Catania, a Modimar è stato affidato l’appalto per la realizzazione del porto di Marsala. L’azienda di proprietà di Fabio Mondini e altri si è occupata poi anche del rimodellamento della costa del comune pugliese di Melendugno. A Venezia, invece, continua realizzare progetti inerenti a lavori portuali, come la progettazione definitiva del nuovo terminal passeggeri e delle due banchine di Porto Marghera.
Gli studi redatti da Modimar per il porto di Catania
Studio Meteomarino
Studio propagazione ondosa nell’area portuale
Studio della penetrazione del moto ondoso nell’area portuale
Studio problematiche relative alla realizzazione delle nuove opere sul litorale adiacente
Studio della circolazione nell’area portuale
Studio idrologico-idraulico a supporto dell’analisi dell’interferenza dei nuovi layout portuali del porto di Catania con le dinamiche di deflusso liquido/solido dei torrenti/rivi interessati
Ambrosetti spa e lo studio sul “valore generato e gli impatti attesi” che non c’è nel piano regolatore
C’è anche Ambrosetti spa a eseguire l’attività di composizione degli studi di settore per il porto. La società di consulenza strategica del gruppo Teha che annualmente, stando a quanto riporta il sito internet, confeziona progetti su misura per circa 1500 clienti tra sanità, pubblica amministrazione e trasporti. Nel caso specifico ha redatto lo studio sul valore generato e gli impatti attesi. Studio di cui però, nonostante sia presente in elenco, nel piano regolatore non viene riportata la sintesi. E infatti proprio il tema della giustizia ambientale, ovvero gli obiettivi socioeconomici in termini di vantaggi e svantaggi per la collettività, è uno dei punti di cui il ministero contesta la carenza.
A dirigere la società dal capitale sociale di 210mila euro che si occupa anche di sanità e consulenze strategica nel settore delle infrastrutture ospedaliere sono Marco Grazioli e Valerio De Molli. Ogni anno Ambrosetti nel primo weekend di settembre organizza il Forum di Cernobbio a villa d’Este che accoglie un parterre di relatori tra politici e imprenditori italiani ed esteri. Al forum del 2025 hanno partecipato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il ministro degli esteri Antonio Tajani, Matteo Salvini, Giancarlo Giorgetti, per l’Italia. E il ministro dell’Economia Carlos Cuerpo per la Spagna.
Lo studio redatto da Srm service
Lo studio sui trasporti marittimi del Mediterraneo e le relazioni economiche tra i traffici del sistema portuale del Mare di Sicilia orientale è stato invece condotto da Srm Service srl, il centro studi e ricerche di Napoli che elabora analisi relative al tessuto produttivo nazionale e internazionale, all’economia marittima, dei trasporti, della logistica e dell’energia. Il centro è collegato al gruppo Intesa Sanpaolo e specializzato sull’economia del Mezzogiorno e sulle tematiche legate all’economia marittima.
Lo studio redatto da Dinamica srl
Dinamica srl, società guidata da Salvatore Russo la cui proprietà è suddivisa tra quest’ultimo, Davide Ferlazzo, Antonino Sutera e Giuseppe Bernardo si è occupata anche della progettazione del reparto di emodialisi e nefrologia del presidio ospedaliero San Giovanni di Dio di Agrigento. Alla Regione è costato due milioni e 720mila euro. Per il porto di Catania invece ha condotto gli studi sulla flora e sulla fauna della foce del torrente Acquicella, sull’impatto acustico e sul rapporto ambientale.
Proprio gli studi oggetto di critiche da parte del ministero dell’Ambiente che ha dato parere positivo al progetto presentato dal porto rinviando a una successiva ripresentazione dello stesso per colmare la lacuna. Che consisteva proprio nella mancanza degli stessi studi redatti da Dinamica. Come i precedenti, anch’essi sono stati inseriti nell’elenco del primo prp, ma nei paragrafi successivi non è stata riportata la sintesi. In particolare per quanto riguarda l’inquinamento acustico sottomarino il ministero ha raccomandato di integrare lo scenario di riferimento considerando anche il rumore subacqueo e i suoi impatti sulla fauna locale, in riferimento alla fase di cantiere e all’aumento permanente del traffico marittimo in condizioni post-opera.
Nell’approvazione definitiva del piano, infatti, l’analisi compare e non manca di sottolineare come «i rumori generati dai lavori di escavazione, vibrazione per fondazioni e utilizzo di macchinari pesanti possano interferire con la comunicazione, l’orientamento e la capacità di ricerca di cibo delle specie marine», perché, «l’inquinamento acustico può rendere difficile le attività vitali dei cetacei come la comunicazione». E il ministero infatti non ha mancato di sottolineare che rimaneva «fondamentale integrare misure di mitigazione per esempio l’utilizzo di tecnologie meno rumorose, la pianificazione temporale delle attività per evitare i periodi sensibili per la fauna, e la creazione di aree marine protette dove l’inquinamento acustico è limitato».
Cetena
Cetena che ha diretto gli studi di settore riguardanti “il rapporto di verifica di navigabilità e l’analisi del rischio con simulazioni di manovra” è una società che fa parte di Fincantieri Nextech, il «motore tecnologico» del gruppo Ficantieri. La federazione di categoria che riunisce i grandi imprenditori del comparto cantieristico possiede l’86 per cento della società. L’amministratore delegato infatti è Pierroberto Folgiero, che è anche direttore di Fincantieri. All’interno della compagine sociale c’è poi la società per azioni T. Mariotti; Leonardo spa e il Cnr. Folgiero ha guidato il gruppo Maire Tecnimont per nove anni. Lo stesso raggruppamento di imprese che ha speso sei milioni di euro per l’affitto decennale e la ristrutturazione del 50 per cento delle proprietà di Oranfresh, la società amministrata da Mario Paoluzi e da Salvatore Torrisi, per investire nel parco tecnologico e scientifico della Sicilia.

Geocheck
«La spiaggia, confinante a sud del porto, risulta attualmente in forte erosione a causa dei numerosi interventi antropici effettuati sia a monte che a valle del bacino di drenaggio ed è caratterizzata da un basso gradiente morfologico ma da una estesa piattaforma protesa verso mare». Per l’autorità portuale non basta quanto analizzato da Geocheck per escludere la fattibilità del progetto che prevede la realizzzazione della nuova darsena commerciale sul litorale della spiaggia etnea con spostamento della foce. Si tratta, secondo Geoceck, di depositi di terreni a grana grossa mediamente addensati o terreni a grana fina mediamente consistenti con profondità del substrato superiori a 30 metri, caratterizzati da un miglioramento delle proprietà meccaniche.
Trt Trasporti
La società guidata da Silvia Maffi si occupa sin dal 1986 della prestazione di servizi nei settori della pianificazione territoriale e dei trasporti. Di Trt la quota più consistente la possiede Marco Guido Ponti, noto per le sue analisi economiche e consulenze nel settore dei trasporti, in particolare per lo studio sull’asse Torino-Lione. Il cosiddetto Tav, cioè la tanto decantata linea mista merci-passeggeri al centro delle polemiche per la paventata inutilità del progetto, che ha un valore che si aggira tra i 20 e i 24 miliardi di euro. Molti hanno contestato la presenza di veri e propri benefici derivanti dall’opera che, a detta di chi ha studiato il progetto, pare essere destinata solo al trasporto merci rivelandosi futile per il vero e proprio trasporto di persone.
Per il porto di Catania, Trt ha redatto lo studio sulla compatibilità delle previsioni progettuali alla crescita dei traffici di riferimento prevedendo un incremento del 105 per cento del traffico merci, il cui transito medio annuale si stima in circa 14 milioni di tonnellate al 2040. Anche su questo il minstero voleva vederci chiaro: «L’aumento del traffico merci e passeggeri potrebbe aggravare la situazione della viabilità e richiedere strategie di mitigazione specifiche – scrive il Mise nel decreto di valutazione di impatto ambientale – oltre che produrre effetti indesiderati sulla quantità di emissioni e sull’inquinamento atmosferico».
Iblarchè srl
Rosario Pignatello, amministratore unico di Iblarché è anche presidente del Cumo Noto, il Consorzio universitario mediterraneo orientale che ha lo scopo di promuovere e sviluppare l’istruzione universitaria e la ricerca applicata. Iblarché ha condotto lo studio di verifica di assoggettabilità delle aree di rischio archeologico. Anche questo studio non compare nella versione provvisoria sottoposta alla valutazione del ministero. Compare invece in quella definitiva in cui nelle 55 pagine di relazione si sottolinea che «ad oggi non si dispone di dati archeologici certi per ricostruire l’area di utilizzo del primo approdo di Catania in età preistorica, seppure ipotesi più recenti e avvalorate concordano nel localizzarlo alla foce del fiume Amenano e del suo tratto iniziale – che corrisponde attualmente all’area retrostante l’attuale
piazza Duomo -, ai piedi di una zona sopraelevata e terrazzata che oggi corrisponde al sito del castello Ursino».


