
La serendipità solidale catanese che diventa “una mano lava l’altra” istituzionale
Perché a me questo piace di Catania, la capacità e la fortuna di fare scoperte inattese e fortuite. Non è forse questo il bello di Catania? Perché, è vero, a Catania trovi sempre qualcosa. Non sono mica i monumenti, specie se gli stessi vengono – alla catanese – abbiati ad muzzum, sempre alla catanese. Soprattutto se al barocco e allo stile liberty si aggiungono strutture arabeggianti. Così… già non si capiva un cazzo prima, figuriamoci adesso. La nuova Agrabah in stile Notti d’oriente.
Che poi è pure bello che in città non si capisca niente. A seconda dei casi la caoticità piace. Piace ai catanesi e piace anche ai turisti. È proprio quella che spinge i viaggiatori a tornare e che nonostante la cafonaggine, piccoli e grandi reati, furti e danneggiamenti, i rifiuti, spinge ancora i turisti a tornare. Eppure però credo che anni e anni di istituzionalismo tipico della Catania dirigente abbiano contribuito a traslare e trasformare la poetica catanese. Il bello di Catania è diventato, così, freddo e cupo personalismo istituzionale. E il riferimento non è solo a Trantino, per carità. Lui come gli altri. Forse lui un po’ peggio di altri. Una politica, quella catanese, fatta di favoritismi, amichettismi, incarichi di cortesia e incompatibilità.
Perché, cos’è l’apparato istituzionale catanese se non un enorme conflitto d’interessi? Un conflitto di interessi che si autoalimenta costantemente, che dilaga e invade tutti i gangli della democrazia catanese e italiana. E forse è questo che spinge, tra le altre cose, a creare immense strutture che non servono a nessuno. Con botteghe che dopo qualche anno sono destinate a degradarsi. Perché a Catania manca la concezione di città, cioè manca l’amore per la città. C’è invece tanto amore per i soldi e quella strana abitudine a difendere l’indifendibile. E queste due cose fanno sì che la stessa città si chiuda a riccio su stessa.
Come i porcellini di terra, gli armadillidi. Piccoli animali con corazza che appena avvertono il pericolo si arrotolano su se stessi. Ora, a me dispiace pure utilizzare questa metafora. Perché, in realtà, questi armadillidi, sono piccoli e non fanno niente. E anche Catania potrebbe essere piccola e non fare niente e non per questo meno bella. Solo che forse è la paura che invade questa città a farla arrotolare su se stessa. E la paura è di buoni e cattivi, di mafia e antimafia, di politica e giornalismo. È questa la bestia nera della città. Solo che per gli animaletti la paura ti invita a fare qualcosa per loro, perché sono indifesi. In questa città invece la paura viene trasformata in odio, in rabbia e sulla base di queste emozioni si crea e si legittima la difesa dell’indifendibile. Ed è il meccanismo che ad alcuni fa dire “armali di gebbia”. Ma ci sono armali di gebbia e armali di gebbia: mica sono solo quelli con il cappello di paglia e gli stivali, ci sono anche quelli in giacca e cravatta che vanno alle feste della Catania bene, che pubblicano foto, che bevono, sorridono. E della città chi se ne fuott’?
Nella translitterazione dal francese al siciliano gli armali sono animali. In francese armoire significa armadio, a Catania quando una cosa è abbiata come un armadio è animale. E da qui armale di gebbia. Anche se in realtà, non sono proprio sicuro della definizione, cioè non sono proprio sicuro del parallelismo tra l’armadio e l’animale. Ma così me lo spiegava mia nonna. La gebbia invece è una vasca in cui si abbeverano le bestie. E su questo non ci sono dubbi. Ecco, se proprio dobbiamo dire la verità, per quanto sia davvero difficile tramandarla con amore, ad alcuni questa città pare proprio una gebbia in cui abbeverarsi. E in realtà così non è. O non dovrebbe essere. Sarebbe bello se fosse una bella fontana circondata di verde. Allora sì che animali e bestie sarebbero ben lieti e ben accetti nel ristorarsi in questa bella fontana. Che, per intenderci, non è quella realizzata da Bianco.
Purtroppo, almeno per il momento, non è così. La colpa? Dove rinvenire la colpa? La tradizione? La strafottenza? L’ingordigia? Non si sa. È comunque una parte di Catania. Quella che si avvale degli stessi meccanismi che hanno trasformato in peius la poetica catanese. Da una parte si trattano pezzi di città come cose. Dall’altra non ci si accorge nemmeno della brutalità di questo atteggiamento, e il tutto viene nascosto da questo ostentato divertimento e millantata spacchiosaggine. Anche quest’ultima cosa è caratteristica tipica catanese che però stona a notarla in politici, Vip e classe dirigente.
Dalla serendipità solidale della bassa Catania si passa all'”io so io e voi non siete un cazzo” del marchese Del Grillo, senza nemmeno le doti attoriali di Alberto Sordi. E allora si critica la critica, ci si accusa vicendevolmente di personalismi: tra politici, tra giornalisti, tra politici e giornalisti; che prima litigano e poi vanno insieme alle trasmissioni. È una città, e forse un paese, che non conosce la ragione. Né quella cerebrale, né tanto meno il principio di dare ragione a qualcuno perché ce l’ha. E così da una parte si allegerisce, si diplomatizza, si anestetizza; dall’altra si recrimina e si vittimizza coloro i quali non hanno diritto a essere vittime.

Perché, è vero che sbagliamo tutti, ma è anche vero che non può sfuggire il concetto di proporzionalità. Non si può provare lo stesso sentimento di compassione per un politico indagato, imputato o condannato, sebbene e nonostante ci si senta vicino a quella parte politica. Non si può difendere strenuamente un politico solo perché si è di quel partito. Cioè questa città non può essere esente da un proprio giudizio morale, da un senso di giustezza e di giustizia che, cazzo, per una volta anche la politica deve avere. A volte, come facciamo tutti bisogna autocensurarsi. Cioè, questa città e questo paese avrebbero bisogno di essere meno di parte. E vivere, anche se per poche volte, di un equo neutralismo.
Perché Catania è anche una città polemica. Lo è la classe politica, lo sono i giornalisti. Solo che per i giornalisti è il loro mestiere, per i politici l’ars polemica dovrebbe un minimo essere ridotta. Perché questa è la separazione dei poteri. Credo che la politica debba mantenere le proprie prerogative entro certi limiti ben fissati. Quella stessa politica che pretende il confornto a tutti i costi che rimprovera il giornalismo di non essere equo o equidistante tra le parti. Ma un politico, o una persona di medio intelletto, dovrebbe pur riuscire a comprendere che in un’inchiesta l’equidistanza in stile cronaca non esiste e non può esistere. Non si tratta di destra o sinistra, si tratta di codici linguistici, che come la legge hanno una propria valenza che va rispettata.
Non si chieda al politico di capirne di moralismi perché ci abbiamo già rinunciato ai tempi di Berlinguer, ma quantomeno di legge sì. E allora dovrebbe capire anche i codici linguistici del giornalismo. E così l’intenzionale incomprensione fa in modo che ci si rifugi (perché è più comodo) prima nella pubblicità, poi in questa nuova categoria del “chi fa inchieste è un grillino”. Che poi in questo caso le categorie sarebbero due: chi lo dice e chi lo dovrebbe essere. Ma come chiamarle? Catalogare non mi piace e quindi meglio lasciare tutto in sospeso.
Invece argomenterei su altre domande: di cosa ha bisogno questa città? Perché determinate illiceità non vengono denunciate e perché si continua a perpetrare un’illegalità diffusa? Perché se Catania ha una bellezza, è vero che la stessa risiede nel “vabbè, a poi pecché tanto a Catania siamo tutti fratelli, una mano lava l’altra e l’amicizia lava tutto” ma questa filosofia è molto più bella se rimane tra le strade cittadine, in mezzo alla gente, alla pescheria, al mercato della carne, in via Etnea, a casa propria per esempio, non invece se travalica i confini della serendipità solidale fino a spingersi a diventare consuetudine istituzionale che non fa bene né alle istituzioni né tanto meno a chi da quelle istituzioni dipende.